Radiofreccia

Primo film di Ligabue (che non ascolto da secoli) che nonostante il mio disinteresse, musicalmente parlando, riesce a tenermi incollato al video per ben 112′ di film.
L’espediente narrativo è semplice: Bruno (Luciano Federico) decide di raccontarci la storia di RadioFreccia a 2 ore circa dalla sua chiusura.
Ci ritroviamo catapultati indietro nel tempo, in un paesino qualsiasi della provincia Emiliana degli anni ’70 (Correggio?), a seguir le vicende dei nostri giovani "qualunque" tra radio libere, rock n’ roll e droga. Un alternarsi di sensazioni e sentimenti, in cui spesso spunta il lato malinconico… preludio al finale, in cui il cerchio si chiude ed i ragazzi si scopriranno cambiati, più maturi.
Perfino i "matti" non saranno più quelli di una volta.
A detta di Bruno "c’è gran movimento in giro, non so dire se bello o brutto, però è veloce…", e sarà quest’aria di cambiamenti che travolgerà i protagonisti del film, segnandoli a vita.

Risulta particolarmente toccante il finale, nonostante il personaggio di Stefano Accorsi ("Freccia") sia irreparabilmente umano e, quindi, propenso a sbagliare.

Doverosa la citazione finale:
Credo nelle rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards. Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa, che vuole l’affitto ogni primo del mese. Credo che ognuno di noi si meriterebbe un padre e una madre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi. Credo che un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa. Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che, il rock n’ roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono. Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e da te stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddie Merx. Credo che non sia giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.

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